Fino al 3 marzo 2013 il Museo del Novecento ospita l’esposizione “Programmare l’arte. Olivetti e le neoavanguardie cinetiche” che ripercorre, a cinquant’anni di distanza, la mostra Arte programmata (la prima al mondo) che ebbe luogo nel 1962, nei negozi Olivetti di Milano e Venezia a cura di Bruno Munari e Giorgio Soavi con il sostegno critico di Umberto Eco.

L’edizione del Museo del Novecento segue la tappa veneziana, allestita presso il Negozio Olivetti di proprietà del FAI, presentando una selezione di materiali d’archivio, fotografie, testi, manifesti dell’epoca e filmati, cui si aggiungono svariate opere di Bruno Munari, Enzo Mari, Getulio Alviani, del Gruppo N e del Gruppo T, del quale il museo espone permanentemente oggetti cinetici e ambienti. Ricordare a cinquant’anni di distanza la mostra che diede a questi artisti rilievo nazionale significa riflettere sulle possibilità di ricerca che l’Arte Programmata e Cinetica ha aperto nel dopoguerra, non solo in campo strettamente artistico, ma abbracciando grafica, architettura e design, spingendosi fino al confronto con le nuove tecnologie.

A cura di Marco Meneguzzo, Enrico Morteo e Alberto Saibene, la mostra allestita all’Archivio del Novecento ricorda un momento straordinario per l’arte italiana, legata a un nome altrettanto importante per l’industria e l’innovazione: Olivetti. Portare l’arte ad interagire con le nuove tecnologie sembra un concetto tutto moderno, in realtà nasce a Milano 50 anni fa, grazie agli “artisti cinetici” e alle esperienze di “arte programmata”. Una storia che raccontano gli stessi curatori nel saggio in catalogo: le sue basi storiche e culturali, radicate nella ricerca e nell’industria; gli artisti del Gruppo T di Milano e del Gruppo N di Padova, con le loro sperimentazioni su un nuovo concetto di arte; un lavoro di ideazione collettivo che si esprimeva attraverso l’uso di dispositivi percettivi programmati per produrre effetti cinetici sorprendenti, dal risultato visivo sempre variabile e imprevedibile.

In quegli stessi anni, la Olivetti stava progettando e realizzando il primo elaboratore elettronico (l’Elea 9000, per il design di Ettore Sottsass) basato su programmi molto simili a quelli che sono alla base delle attuali “nuove tecnologie”. Un momento d’oro per la cultura italiana, in cui si univano sperimentazione scientifica e sperimentazione artistica, nell’utopia di un’unione virtuosa di arte e industria destinata a permettere una fruizione ‘democratica’ dell’arte da parte di un pubblico vasto e popolare.