Non c’è dubbio che il vincitore politico, fino ad un certo punto, di questa tormentata elezione del Presidente della Repubblica sia Silvio Berlusconi, nonostante egli abbia dichiarato di non esserlo. Vincitore perché ha ottenuto il massimo risultato realisticamente possibile, cioè un Presidente non imposto dalla sinistra e non pregiudizialmente ostile a se stesso e al suo partito. Ha parato il colpo di mano bersaniano sul tentativo verso Romano Prodi e alla fine ha accettato l’ultima possibilità prima di far sprofondare il Paese nel delirio, convergendo su Giorgio Napolitano.

E’ comunque un vincitore in parte, poiché Giorgio Napolitano è un’ultima spiaggia. La scelta iniziale condivisa con Bersani su Franco Marini è stata sua, quindi suo l’errore di puntare su un candidato non realmente in grado di realizzare un’intesa. E resta il “peccato originale” del Cavaliere (foto by InfoPhoto), cioè l’aver perso moltissimi voti alle elezioni di febbraio, in larga parte per errori suoi durante l’attività di governo, e quindi perdendo la possibilità di vincere le elezioni, nonostante l’impressionante rimonta finale.

Il grandissimo sconfitto di questa vicenda è ovviamente Pier Luigi Bersani, insieme al Pd. C’è poco da fare: ha sbagliato tutto. Ha sempre inseguito la parte più a sinistra del suo partito e Vendola, dalle primarie in poi. Con questo ha allontanato dal Pd i potenziali elettori moderati, che sono andati verso Monti o l’astensione; e non ha nemmeno raccolto i voti dell’elettorato più di sinistra, che è andato verso Grillo. Ancora peggio dopo le elezioni: con quel risultato e viste le posizioni espresse dal Movimento 5 stelle, l’unica possibilità di formare un governo era, ed è ancora, quella di un accordo col centrodestra per realizzare le riforme più urgenti e far uscire il Paese dal pantano, per poi tornare al voto in uno o due anni con regole diverse e condivise.

Invece Bersani ha proseguito con la sua idea del governo di minoranza, continuando a cercare Grillo o singoli elementi fra i suoi parlamentari, col risultato anche di farsi umiliare pubblicamente. E sono passati due mesi inutilmente.

Per poi arrivare al disastro degli ultimi tre giorni. E’ inutile gridare al tradimento contro i franchi tiratori. Vedere affondare due candidature in modo così clamoroso significa non avere saputo leggere correttamente la situazione interna del proprio partito. Le sue dimissioni arrivano con due mesi di ritardo.

E la nuova dirigenza del Pd non potrà evitare di fare una precisa scelta di campo: inseguire una sinistra in fuga verso posizioni estreme, e quindi rinunciare ad essere un grande partito; oppure abbandonare una visione arcaica e ideologizzata della politica e della società, per provare a costruire finalmente quella socialdemocrazia moderata di cui l’Italia ha bisogno, ma stenta a nascere. Non si possono tenere insieme anime così differenti. Il vecchio Pci aveva un’identità forte e precisa. Ma appartiene ad un momento storico morto e sepolto.

E poi c’è Beppe Grillo. In mezza giornata è passato dall’essere sul punto d’inglobare i cocci del Pd e imporre il Presidente della Repubblica e la conduzione anche del gioco sul governo, ad incassare l’altolà dei partiti tradizionali, che hanno escogitato una soluzione certamente disperata, ma efficace e definitiva. La sua reazione è stata da capo popolo, non da leader politico. Quel richiamo al colpo di Stato, quel rifiuto dei suoi parlamentari di applaudire al momento dell’elezione, quei loro cori da stadio dentro l’aula per Rodotà, quel suo infiammare la piazza al punto da decidere di rinunciare al comizio di stasera per evitare possibili violenze: tutto punta ad un estremismo sterile che male si concilia con la legittima voglia di cambiamento di buona parte degli elettori che, esasperati dalla cattiva politica, a febbraio hanno deciso di dargli il voto.