A Repubblica.it parla il comandante italiano della nave della Ong che ha deciso di non sbarcare in Italia. Si tratta della nave che ha salvato una donna e un bimbo di 4-5 anni. Insieme alla donna del Camerun salvata ieri, si trovano sulla Open Arms che a breve dovrebbe arrivare a Barcellona o Palma di Majorca visto che Italia e Malta si sarebbero rifiutate di accogliere i due cadaveri. Ospitalità ci sarebbe stata soltanto per Josephine ma la nave della Ong ha rifiutato perché “gli atteggiamenti e i toni del governo italiano non ci danno sicurezza” ha spiegato Riccardo Gatti, comandante italiano della nave della Ong.

Fonti del Viminale, come scrive Repubblica.it, fanno sapere che l’Italia avrebbe dato disponibilità già ieri per l’attracco della nave a Messina o Catania, non a Lampedusa perché non ci sarebbero celle frigorifere per i corpi. “È stata la Open Arms a decidere di andare in Spagna” fanno sapere. Il comandante, sempre a Repubblica.it, spiega il rifiuto di attraccare a Catania:

Guarda caso ci avevano assegnato Catania, insomma la tana del lupo, dove l’inchiesta sarebbe stata condotta dal procuratore Carmelo Zuccaro che ha ingaggiato, con grande approvazione di Salvini, una battaglia personale contro le Ong. Zuccaro è stato il primo ad accusarci di favorire l’immigrazione clandestina e di presunti rapporti – sempre smentiti – con i trafficanti. È lo stesso magistrato che nei mesi scorsi aveva sequestrato la nave di Open Arms accusandoci di associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Accuse che i magistrati di Ragusa hanno smontato, disponendo il dissequestro della nave. In ogni caso avevamo già deciso di non approdare in Italia perché, ripeto, i toni e gli atteggiamenti del governo ci mettevano in una condizione di non tranquillità.

E sulla Guardia Costiera italiana ha dichiarato:

La Guardia costiera è un apparato dello Stato ed è costretta ad eseguire gli ordini della politica. Conoscendoli bene, so che in questo momento tutti gli ufficiali e i marinai non sono né contenti né orgogliosi di quello che sono costretti a fare.