L’Egitto è uno dei paesi più “caldi” del momento, ma anche uno dei più importanti, perché situato in una posizione strategica, ponte ideale tra occidente e oriente, e uno degli esempi di convivenza (pacifica?) tra cristiani e musulmani. Arrivato il golpe, destituito il presidente Morsi, tutto il mondo si domanda: arriverà finalmente la democrazia?

Ieri il popolo egiziano ha festeggiato in piazza Tahrir la caduta di Morsi. L’esercito lo ha destituito dei suoi poteri, il ministro della Difesa ha annunciato la sospensione della costituzione e le prossime elezioni. Sembra filare tutto liscio, ma mai cantare vittoria fintanto che una fiammella delle protesta rimarrà accesa.

Il golpe militare, così come è stato definito, ha portato sì alla caduta di Morsi, ma il difficile arriverà ora. Il rischio di avere un nuovo dittatore dello stato libero di Bananas (giusto per citare un film di Woody Allen tra i più famosi al mondo) è alto: anche il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si è detto “preoccupato” per la situazione in Egitto e ha esortato le Forze armate e i partiti d’opposizione egiziani a raggiungere presto una transizione verso un nuovo governo civile democraticamente eletto. Stessa posizione assunta dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, che non vede di buon occhio l’interferenza dei militari.