Erdogan tuona contro Twitter, ma per propagandare l’ampiezza del proprio supporto popolare sceglie… Twitter.

Le violenze scoppiate in Turchia per la protesta antigovernativa contro il giro di vite pro-islamico avviato dal premier ruotano pesantemente intorno ai social network. Facebook, You Tube, ma soprattutto Twitter, il veicolo più usato in questi giorni dagli oppositori di Erdogan per informare il mondo ma, soprattutto, la propria popolazione.

Un’analisi compiuta da alcuni ricercatori universitari americani sui tweet contenenti gli hashtag usati durante la protesta (#direngeziparkı, #occupygezi e #geziparki), in cui l’utente ha scelto d’indicare la provenienza, evidenzia che il 90% arriva dall Turchia; di questi, almeno la metà da Istanbul. Per fare un parallelo con le rivolte della cosiddetta “Primavera araba”, il 30% dei messaggi di allora proveniva dall’Egitto, il resto dall’estero (foto by InfoPhoto).

Che Twitter sia usato soprattutto con un’ottica interna lo testimonia in modo palese il fatto che l’88% dei messaggi sia scritto in turco e non in inglese. La popolazione non si fida della televisione, ampiamente censurata. Quindi si rivolge alla rete proprio per sapere cosa sta accadendo, e diffonderlo a sua volta. Come Abdullah Comert, il 22enne morto durante gli scontri dei giorni scorsi, colpito alla testa da un proiettile. Alcuni testimoni affermano che il colpo sia partito da un blindato della polizia. Il giovane era un militante del principale partito d’opposizione. Aveva scelto Facebook per raccontare la protesta. Nel suo ultimo messaggio aveva scritto di essere disposto a morire per salvare il suo Paese.

L’impatto dei social network non è sfuggito ad Erdogan. Il capo del governo ha definito i social media “la peggiore minaccia per la nostra società”. Però non disdegna di usarli quando gli conviente. Infatti ha scritto sul proprio profilo Twitter: “Possiamo portare un milione di persone in piazza, quando l’opposizione riesce a radunarne solo qualche centinaio di migliaia”.

Non sono mancati i video. You Tube è sommerso dai filmati amatoriali caricati dai manifestanti stessi o comunque dalle persone che si trovano a contatto con gli scontri. Ne è un esempio il video qui sotto.