È marzo 2015, siamo ad Ancona, quando una donna che frequenta una scuola serale decide di andare a bere una birra coi suoi compagni di lezione. Lei, poco dopo, si apparta con uno dei due coetanei: hanno un rapporto sessuale senza il consenso di lei. Questo è il racconto della vittima. I medici intanto ne certificano l’abuso e così a luglio 2016 comincia il processo che porta, in primo grado, alla condanna per tutti e due i giovani. Cinque anni per l’esecutore materiale dello stupro e tre per il complice.

In appello, però, la sentenza di primo grado viene ribaltata: la donna violentata, una “scaltra peruviana”, così è stata definita, sarebbe stata memorizzata sul cellulare dell’imputato come “Vikingo” proprio per alludere alla sua presunta mascolinità. A supportare questa tesi, sempre secondo i giudici di secondo grado, ci sarebbe anche la “fotografia presente nel fascicolo processuale”. Insomma, sarebbero stati inseriti dei dettagli fisici della vittima che hanno consentito agli imputati di avere ragione. In altre parole: ai due giovani la ragazza non piaceva affatto, sembrava un maschio e quindi sarebbe poco credibile il racconto dello stupro, così come riferito dalla peruviana.

La Cassazione, però, ha annullato il verdetto di secondo grado per incongruenze e vizi di legittimità. Il processo andrà rifatto.