6mila accessi di cui 4500 a Facebook: questo il motivo per cui un’impiegata di Brescia, segretaria part-time in uno studio medico, è stata licenziata per giusta causa dal suo datore di lavoro. A confermarlo è non solo un giudice del lavoro del tribunale di Brescia nel giugno 2016 ma anche la sentenza della Cassazione che, di fatto, ha rigettato i ricorsi dell’ex segreteria secondo cui il suo licenziamento non sarebbe stato legittimo.

Il legale della donna chiese nel 2014 il reintegro della sua assistita nel posto di lavoro argomentando che quel licenziamento sarebbe stato una ritorsione dopo che la segretaria aveva chiesto all’Inps di usufruire della legge 104 così da assistere la madre che non stava bene. Una richiesta che al suo datore di lavoro non sarebbe piaciuta affatto al punto da trovare una scusa per licenziarla: questa la versione della difesa della lavoratrice.

Ma chi aveva avanzato questo licenziamento ha risposto con la cronologia del pc: anziché lavorare, la donna passava gran parte del suo tempo al pc con 6mila accessi ai social negli ultimi 18 mesi di lavoro. E non solo: ci sarebbero stati anche giochi, musica e altre attività che nulla avevano a che fare col ruolo di segretaria part-time in uno studio medico. Il presunto fine ritorsivo del licenziamento, secondo i giudici, non è stato provato:

Si tratta di un comportamento idoneo ad incrinare la fiducia del datore di lavoro, avendo la lavoratrice costantemente e per lungo tempo sottratto ore alla prestazione lavorativa ed utilizzato impropriamente lo strumento di lavoro approfittando del fatto che il datore di lavoro non la sottoponesse a rigidi controlli.